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ARMIR
Vent'anni.
La lieve brezza della primavera
asciugava dolcemente il tuo viso
mentre la terra, timidamente, partoriva
i frutti di un sonno, durato un inverno.
I tuoi passi, leggeri nel timore di offenderla,
ti portavano ad accarezzarla,
mentre i sogni ti conducevano al di lą della stagione
che i tuoi occhi, nei tiepidi pomeriggi, liberavano alla
fantasia.
Il sole, timido opale nel cielo azzurro pallido,
raggiungeva le tue ossa per scacciare le ombre umide
delle nebbie che avvolgevano il tuo cuore,
delle notti che divorano le ore e smorzava il fioco lume,
brillante compagno di lunghe sere accanto al camino.
Il rigoglio dei fiori di pesco ti stupivano per
l'abbagliante candore
e i bucaneve, ormai stanchi ri rivelare il fervido annuncio,
lasciavano il posto a tenere margheritine da raccogliere
e donare agli occhi pił belli che palpitavano nel tuo
cuore.
Il suo bel visino dalle gote tinte di rosso,
i suoi capelli color campo di grano,
ti seguono in un consunto portafoglio su una sbiadita
fotografia
che consulta la memoria, violentata ad accettare le vaste
steppe,
gli alberi arsi e la gavetta gelida come il tuo cuore.
I tuoi passi, ora pesanti, strascicano sulla neve
che confonde la vista all'orizzonte.
I tuoi occhi vedono la vita che scorre nei fotogrammi
di cui, ormai, conosci la fine che accecati dal bianco
bagliore
disperano di vedere il borgo natio che urla la primavera,
mentre i tuoi cari nella speranza aspettano e ancora ora
aspettano.
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