Racconti 

PERMISSIVO



I bei giorni dell'inizio di Giugno, che presagivano un calda estate, erano ormai un ricordo lontano, e il cielo scuro non prometteva nulla di buono per il futuro. Anzi qualcosa aveva già iniziato a cadere. Una pioggerella talmente fine e fastidiosa che non dava tregua. Con l'estate alle porte il desiderio di un caldo abbraccio del sole, induceva le persone a indossare abiti di foggia leggera, come se si persuadesse il maltempo a cercarsi altri lidi. Sfidare le avversità meteorologiche è sempre stato un errore, perché con quei vestiti appena accennati la pioggerella andava a nozze, entrava nella camicia bagnando la canottiera che litigava con la pelle. Di tutto questo, poi, le ossa ne pagavano le conseguenze, come se fosse inverno: un'umidità tale per cui le membra lanciavano dolorosi acuti. Ma lui tutto questo non importava niente. A lui. A quelli come lui. Razza tutta d'un ferro. Non c'era tempo che gli desse fastidio: sole, pioggia, vento, neve, nebbia.  Nulla di tutto ciò lo poteva piegare, quanto meno disturbare. La nebbia poi lo divertiva, lo esaltava; la nebbia lo portava alla reale importanza per cui era stato creato. L'unica paura che poteva avere, così per dire e nel passato,  riguardavano i fulmini. Questi erano l'unico agente atmosferico che gli dava delle preoccupazioni. Si può dire che lo scombussolavano e come si dice in gergo, gli facevano perdere il "controllo". Ma qualcuno aveva studiato e ben pensato di proteggerlo con una fune dello spessore di cinque millimetri, ed era una cosa ben indovinata. E che venissero, ora, i fulmini avrebbero trovato pane per  le loro scariche!. Lui dall'altezza dei suoi cinque e passa metri dominava la strada ferrata. Lui, anzi il suo occhio, scrutava l'orizzonte che si perdeva al di là del ponte di un piccolo fiume, ed era sempre guardingo, non dormiva mai, non ne aveva bisogno, non era lì per quello. Lui smilzo come un palo della luce non aveva bisogno di niente e di nessuno, eccezion fatta per quell'omino con i baffi che di tanto in tanto veniva a controllarlo. Quando veniva revisionava tutto minuziosamente, che fosse a posto ogni cosa. Lui era contento quando lo vedeva perché l'omino con i baffi ogni tanto gli parlava e gli diceva: “Ehi amico, come stai, tutto bene oggi?". E lui era contento, ma non poteva risponde perché i segnali non parlano. Lui era un segnale. Anzi "il segnale". Il P146. Andava orgoglioso di quella lettera, e quel numero stava a significare il suo progressivo. Quella lettera l'aveva avuta perché era buono,  innanzitutto quella "P" stava a significare che lui era permissivo, che, come dice la parola stessa, permetteva tutto ciò che era nel limite della norma. Infatti il suo occhio era sempre verde e lasciava passare tutti quelli che arrivavano, tutti indistintamente, dai rapidi ai locali, dai treni merci diretti alle tradotte. Anche quando passavano gli amici dell'omino, quelli sui carrelli gialli, che andavano a lavorare si metteva buono. Ci teneva alla sicurezza; era lì per quello. Ma non era permissivo oltre e quando un treno era passato lui si metteva al rosso. Non un rosso da cattivi, no anzi. Era un rosso che paternamente diceva:” Abbi un po’ di pazienza,  fra poco ti lascio passare."  Nessuno diceva nulla  perché sapevano che lo faceva per la loro sicurezza. Obbedivano volentieri a quella silenziosa richiesta di attesa.  Ma se avesse avuto il dono della parola, ecco che non avrebbe finito la frase che il suo occhio sarebbe diventato giallo, allora avrebbe detto:"Vai pure, amico. Ma vai con prudenza. Ora ti affido al mio collega più avanti e lui ti guiderà fino alla tua destinazione." Infatti era  accaduto che il suo amico più avanti, il P144, gli aveva dato il nullaosta per mandargli il treno e lui, dopo la conferma, aveva dato l'O.K. al convoglio. Ora si trattava di aspettare che il P148, il segnale prima di lui, gli mandasse un'altra richiesta, lui l'avrebbe ricevuta  e constatato le situazioni di sicurezza avrebbe dato il suo benestare (non era lì per quello ?) e nello stesso tempo lui la inviava al P148 il quale anche lui.................... Il tutto in pochi secondi, fermo restando le condizioni di sicurezza. Da dieci anni così, senza clamore e senza rumore. Tutto codificato. A parte qualche guasto, era prevedibile era una macchina, in qual caso veniva l'omino con i baffi che con la sua borsa dei ferri saliva la scaletta, apriva il coperchio della cuffia e gli sussurrava dolcemente: "Cosa c’è che non va, amico ?". Poi mettendosi al lavoro riparava il guasto velocemente, senza fargli del male. Alla fine una pacca sulla spalla, pardon sullo sportello, che significava un arrivederci, magari non più di notte o di domenica, ma era segno che si sarebbero rivisti anche in altre occasioni. Così da anni,  mandare codici, dare l'O.K. e a ricevere richieste per il benestare. Ma oggi questa giornata di inizio giugno, con le gocce che finissime perforavano l'afa, non prometteva niente di buono. Intanto la pioggerella continuava a scendere, e sui petali dei fiori e sull'erbetta si era formata una specie di rugiada.
L'omino con i baffi era a rapporto nell'ufficio del Capo e stava leggendo un fonogramma che diceva pressappoco così: "DISPONESI IMMEDIATO TRASFERIMENTO AGENTE IN INDIRIZZO AT UFFICIO MITTENTE PUNTO PREGASI INFORMARE AGENTE DESTINATARIO ET CONFERMARE PUNTO F.TO ILLEGGIBILE." I suoi occhi strabuzzarono nel leggere l'intestazione  della "UFFICIO MITTENTE". Era un Ufficio importante alla Direzione Generale del Compartimento. Il suo sguardo passò da fonogramma al Capo e disse: "Posso rifiutare ?". Il Capo tentennò la testa e rispose: "No. Devi proprio andare. Sei inidoneo all'Esercizio. Non posso più mandarti in linea  a lavorare. Almeno, io non mi prendo questa responsabilità. Eri stato avvisato, il Presidio Sanitario ti aveva premesso  che se la tua malattia non sarebbe migliorata avresti dovuto cambiare mansione. Tu hai preso tempo e loro te l'hanno cambiata d'ufficio. D'altronde anch'io ti avevo avvisato, ma tu hai una testa dura, che al confronto il pietrisco è cotone! E che tu ci creda o no a me dispiace molto che tu te ne vada". L'omino rilesse il telegramma per la seconda volta. "Come posso fare? Io in un ufficio muoio. Ho bisogno di stare fuori, all'aria aperta. Io ho sempre lavorato così!, e poi che figura ci faccio in quell'ufficio! Forse lì usano i computer, le macchine elettriche............. Il Capo lo guardò divertito e gli disse: "Correggimi se sbaglio. Ma non sei tu l'appassionato
di quelle macchine infernali, di quelle macchine che dovrebbero agevolarci il futuro. E poi se si tratta di scrivere a macchina, se la memoria non m'inganna, e non mi sbaglio, quando il mio scaldasedie era in malattia, eri tu che mi facevi tutto il  lavoro di ufficio. E poi per quanto riguarda i computer....quelle cose là, insomma, tu sei uno che impara velocemente. Nessuno é nato maestro!" 
Intanto l'acqua aveva incominciato a picchiettare anche sui vetri e, sullo sfondo all'orizzonte, una grossa macchia  di nuvole sporche invadeva il cielo. "Ero più giovane" lo interruppe l'omino con i baffi "e l'ho fatto per farti un piacere, che se era per te eri ancora qui a cercare la "O" di operaio sulla tastiera della macchina........ma ora che ci penso non é che sei stati tu a fare il mio nome visto che il tuo scribacchino ha rifiutato?" Scuotendo la testa il Capo replicò: "No. Ti ho già detto che mi dispiace che tu vada via, perché dove lo trovo uno come te che........” "Che sviolinata! Lascia perdere perché la cassa é chiusa." "E lasciami finire! Uno come te che abita vicino alla stazione, che non é difficile da  reperire, che non ha storie se gli chiedo di andare in trasferta......"- "Ne hai di gente disposta a sacrificarsi per andare in trasferta" ammiccò l'omino con i baffi. "Ma lascia perdere la trasferta. Lo so che ci sono legioni di gente che si scannerebbe per andarci" disse il Capo "Ma io parlavo di gente come te che i segnali li conosce a menadito!. " Si, con i segnali ci vado a letto, io".  replicò l'omino. E ,tra il serio e il faceto, uscì dall'ufficio mettendo il telegramma in tasca, sentendosi addosso un senso d'inquietezza spirituale. La pioggia divenne insistente e picchiava anche sulla padella del segnale venendo giù di traverso. E lui, il P146, pensava all'omino con i baffi che oggi non si era visto. Non si preoccupava molto, se non lo vedeva arrivare spesso, anche perché significava che lui stava bene. Ma quel giorno, come detto, c'era  qualcosa d'inquietante nell'aria. "Sarà il tempo. Domani verrà il sole e la giornata uggiosa sarà solo un ricordo" pensò mentre all'orizzonte vedeva arrivare un rapido. Tutto ad un tratto rabbrividì. Lì vicino, parallela alla strada ferrata, passava la strada, una strada di intenso traffico che collegava le due città, sedi di stazione. Vide la macchina dell'omino con i baffi che sfrecciava velocemente senza fermarsi. "Strano -pensò- di solito mi suona il clacson per salutarmi". Si distrasse un attimo per capire. Si udì uno stridio di freni, una massa di ferro che sembrava inarrestabile fermarsi oltre le sua piantana. Nello stesso istante altri freni che lavoravano sui ceppi delle ruote di una macchina, si udirono sulla strada in quel momento fortunatamente senza traffico. Con la coda dell'occhio vide l'omino con i baffi saltare, letteralmente, giù dalla macchina e correre verso di lui e verso quell'ammasso di ferro e acciaio che si era improvvisamente animato di cento e cento occhi. L'omino salì di corsa la scaletta aprì con violenza lo sportello della cuffia, armeggiò qualcosa dentro il segnale il quale alla fine riprese il colore della via libera. Infatti il P146 aveva perso il controllo, aveva avuto un sussulto in un attimo di debolezza con il risultato, buon per lui, di fare saltare solo il fusibile. Il rapido riprese la sua corsa con i suoi cento occhi che lo avevano guardato con irritazione e che sparirono dietro i finestrini flagellati dalla pioggia. L'omino, ansimante e bagnato, volse lo sguardo verso il segnale. Era rosso, e non solo perché era appena passato un treno, ma anche dalla vergogna. L'omino capì. Tirò fuori il telegramma e lo lesse ad alta voce. Dopo che l'ebbe letto calò un silenzio irreale. Si era formata una zona d'aria di nessuno dove la quiete regnava sovrana e l'acqua sembrava scivolare via da quel posto, come se un ombrello riparasse la zona dai ricordi. Il silenzio fu rotto da un battere di codice. L'omino, prima stupito da tanto silenzio, sussultò e rimase un attimo all'ascolto. Sgranò gli occhi dalla meraviglia e riuscì appena a balbettare:" Ma tu parli. Cerchi di dirmi qualcosa!". Con un balzo aprì la porta della garitta, entrò e vide il relè HR che batteva a ritmo di Morse. Incurante del tempo che passava si mise a decifrare quel codice. "Io non so come ti chiami, ma per me sei l'omino con i baffi. Ti chiedo scusa per quello che é successo. Sentivo che doveva accadere qualcosa e infatti......"  "Ma come -disse l’ omino- tu senti.....? Tu senti cosa?" " Non ti devi meravigliare. Quando si vuole bene..... Tu sei stato l'unico che mi parlava, che mi chiedeva come stavo, se mi era successo qualche cosa quando mi guastavo. Le tue mani sempre così delicate,  quando ti mettevi a lavorare. Non mi facevi mai male Pensa che mi ricordo di quando ti sei sposato, venisti proprio nel ristorante qui di fronte... Come stavate bene voi due.....! Ogni tanto il codice personale spariva per fare posto al codice ufficiale di via libera o di via impedita per i treni, che noncuranti continuavano per la loro destinazione. L'omino era affascinato. Guardava i relè che in sincronia si muovevano nella sequenza logica di lavoro. Strano per Lui che, come diceva il Capo, i segnali li conosceva a menadito ! In questo caso era come un bambino che vedeva il tutto per la prima volta e che si affrettasse ad imparare prima che tutto, come in un sogno, svanisse per sempre. E' la legge della vita" -disse l'omino cercando di non meravigliarsi più di nulla e accertandosi che il treno appena passato avesse la coda- "io sono malato e loro pensano di guarirmi mandandomi a lavorare in un ufficio!"  Un treno passò in un sospiro, uguale a quello che uscì dalla sua bocca. "E' vero" riprese l'omino "quel detto che recita: Tutto ciò che ha inizio ha pure un termine. Anch'io mi ero affezionato a te e non solo per quello che mi hai appena detto, ma anche perché ti ho messo in funzione io. Ti ho assemblato, collegato ed ho voluto fare io le simulazioni.  Ho sudato per capire i disegni, per me nuovi. Volevo dimostrare a me stesso, e non solo a me stesso, che ero capace di fare qualcosa d'importante; tu sei il risultato, ma non credevo fino a questo punto! Guardò l'orologio e si accorse che era tardi. Diede una pacca, che voleva essere una carezza, al relè HR e uscì dalla garitta. Fuori aveva smesso di piovere, il cielo all'orizzonte si era arrossato. "Beh! almeno domani sarà una bella giornata." Una goccia gli cadde sul collo scivolando dentro la schiena che fu percorsa da un brivido. "E se mi fossi addormentato ? E se avessi sognato tutto ?" Si mise le mani in tasca, cercò il telegramma e non lo trovò. Si guardò in giro e lo vide sul basamento. Lo raccolse e tornò alla macchina. "Sarà meglio che non racconti nulla a nessuno sennò chissà dove mi mandano quelli del Sanitario !". Alcuni giorni dopo degli operai trovarono nella garitta del P146 dei fogli con una scrittura indecifrabile e non si seppe mai chi fu a portarceli. Qualcuno, in vena di scherzi, ipotizzò finalmente di omini verdi con i baffi  che arrivavano da chissà quale pianeta. Intanto qualcuno, sentendo le voci, sogghignava e dalla Direzione Generale interrogava un computer e gli diceva: "Pensa che un giorno il 146.............................”

FINE
 

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