:: InCanto a Milano  ::  02 Giugno 2001  ::
:: Letizia ::

L'attesa: agire sul tempo. Tempo senza spazio, spazio remoto nella memoria. La noia dell'attesa scivola sulla mia mente ansiogena, impigliandosi in desolate scogliere, spiagge solitarie. Ah, disincagliata disperazione! Nell'attimo che blocca la mia frenesia, nella attesa dell'inizio, disteso assopito spento, il mio pensiero diventa uno stambecco in fuga, che annega tra le onde della gioia di poter vivere questo InCanto. 
Deliri folli nel frattempo s'innalzano, sale l'ansia. 
Buffa voglia di rincorrere nell'aria lieve il nome di Claudio urlato contro i riflettori. Rimbalza la mia voce contro le barriere del pianoforte. Torna a me, spuria di se stessa, l'eco del mio grido muto. E intanto, fuori, il giorno e la notte si confrontano, il rosseggiare accecante sovresposto del fuoco solare si è lentamente stemperato nella fragile, androgina duplicità della luna. E poi, dentro, nel teatro  le persone, e quante, in controluce, maschere che si sostituiscono ai volti, volti che prendono il posto delle maschere. Nessuna costruzione psicologica e scenografica alle spalle: solo la sua voce, con tutta la sua forza, la sua diversità. Poltroncine verdi  imbottite e ovattate, delimitate da un accenno di colonnato; un palco con un muretto basso, semplice, una porta chiusa in fondo che ci indica il suo camerino, quella linea immaginaria tra noi e lui. Un digradare 
appena accennato di gradini ad anfiteatro, una giovane donna che ci indica le nostre verdi sedie con una  lampadina ballerina, voci che si incontrano. 
Un proscenio che muta con il mutare della luce e, quindi, del suo InCanto. 
Attonito stupore e ricetto di immagini concettuali in libertà. Luce ed ombra, riflesso e duplicazione. La voglia di cantare insieme a lui che subitaneamente zittisce nell'estasi del morbido velluto della sua voce. Il bisogno immediato di lasciare che Claudio ci prenda per mano e ci accompagni nell'estatico viaggio armonico di questa magica nottata. Ciascuno si perde nella propria dimensione, nella propria idea di lui, nella propria voglia di farsi accompagnare tra i meandri di suoni e colori, note ed emozioni. Insieme, ma ciascuno solo. Sguardi lucidi che si intrecciano e solitudine: la solitudine ineffabile e magnifica di un sogno da cui non vorrei ridestarmi mai.Che crudele ironia, allora, risvegliarmi questa mattina, dopo un InCanto così sublimante, nella triviale banalità dei miei bigodini rosa!
Lety

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