Racconti 

LA BEFFA



Mancavano dieci minuti alla fine della partita. Gli spalti iniziavano già a svuotarsi, perché nessuno ci teneva a rimanere imbottigliato nel traffico del dopo partita. Lui era li da poco più di mezz’ora, cioè da quando il portiere titolare era uscito per un infortunio. Il poveretto per farsi notare, come se ce ne fosse stato bisogno, aveva azzardato un'uscita alla kamikaze. L'attaccante della squadra avversaria non aveva avuto il tempo di togliere la gamba e si era stupito per la temerarietà del portiere. Il rumore dell'impatto si era sentito, nitidamente, tanto che dalla panchina  l'allenatore gli aveva fatto cenno di cominciare gli esercizi di riscaldamento e di prepararsi ad entrare. Dopo di che il mister, seguito dal medico sociale e dal massaggiatore, era andato in soccorso dell'atleta infortunato. Incominciò a togliersi la tuta, con gesti che si era studiato da tempo, fece qualche movimento per scaldare e sciogliere i muscoli e pensava che quello ere il suo esordio nel Campionato più bello del Mondo. I pensieri si accavallarono ai ricordi, che per uno strano percorso, riandarono ai tempi dell'oratorio dove si facevano enormi partite, ventidue contro ventidue, in uno spazio che era la metà di qualsiasi  campo di calcio. Le porte erano delimitate da giacche a vento se l'inverno attanagliava in tutta la sua rigidità, e le radici affondavano sempre di più nel terreno alla ricerca di un po’ di calore. Le biciclette appoggiate tra di loro, invece, facevano da pali se il sole aveva deciso di lanciare i suoi raggi a scaldare la fertile terra. ll fondo del campetto era di catrame, neanche a sognarsela l'erba verde, ed era un materiale duro e rasposo dove ogni parte del corpo, per una ben nota legge fisica, finiva la sua corsa. Le sue ginocchia sembravano attratte come il ferro alla calamita se desideravano fare parecchie volte la sua conoscenza. C'erano giorni che non si distinguevano le sbucciature per via del sangue, a volte copioso, che le ricoprivano dandogli l'aspetto di un martire. A casa,  poi,  i suoi genitori lo facevano diventare veramente. Come fosse finito a fare il portiere se lo ricordava vagamente. Forse la decisione era venuta per via dei genitori che, ormai disperati. minacciavano di impedirgli di andare a fare baruffe con gli amici, per poi ritornare a casa come un San Sebastiano. Forse in un giorno particolarmente caldo, quando la voglia di giocare era tanta, ma la calura ancora di più. L'afa, quel giorno, la faceva da padrona, togliendo l'aria allo spazio e riversando la sua furia sulla testa, e qui qualcuno sballava, scendendo dai capelli sotto forma di sudore. Oppure voleva evitare, almeno stavolta, il catrame per ritornare a casa pulito e far contenti mamma e papà. No, era la sistemazione della porta che tra palo e palo quel giorno era più corta (risultato di passi contati male ?), e quindi meno lavoro, dunque meno sudore. Ma anche così la situazione non cambiava. Non si contavano le battibecchi, le discussioni, i minacciosi "il-pallone-é-mio-e-lo-porto-via-così-voi-non-giocate-più" soprattutto quando la palla, appena un po’ alta, sfiorava un immaginario palo , o s'impennava di poco sopra una fittizia traversa. E, dulcis in fondo, nella decisione di giocare in porta, c'entrava anche la pianta, un platano dalla chioma fronzuta. Era un albero centenario d'alto fusto, con rami, a larghe foglie, che arrivavano, ombrose, a coprire l'intero specchio di un’immaginaria area. Quello, poi, doveva essere il suo giorno fortunato, (un segno del destino?) perché si era trovato nella squadra di quelli, che specialmente la in avanti, avevano  preso in prestito dalla pallacanestro il  motto che era "la miglior difesa è l'attacco". Così, in quell'incredibile insieme di fatti, lui lasciava che gli altri sudassero intervenendo qualche volta su innocui palloni e nel frattempo si godeva la frescura, inaspettata, sotto le fresche frasche del platano. Nonostante quel giorno volesse stare tranquillo, il suo carattere ribelle si opponeva alla passività, desiderava essere sempre al centro dell'attenzione, non voleva che gli attimi di gloria si contassero sulle dita di una mano, o, che addirittura, non si contassero affatto. Allora il destino (ancora lui !) ci mise lo zampino nella fattispecie di un tiro svirgolato che un ragazzino della squadra avversaria aveva tentato di tirare. Era il tipico tiro sbagliato, effettuato dalla persona  sbagliata, nel momento sbagliato, ma che poteva avere effetti devastanti per il suo orgoglio. Sorrideva, mentre si scaldava con brevi scatti e piccole accelerazioni per svegliare i muscoli, sotto la tribuna in quel momento stranamente calma e assopita. Quel tiro!  Ma lui l'aveva visto, o meglio intuito. Una di quelle intuizioni che fanno meccanici i gesti: infatti fu un salto felino che stupì anche lui. Il braccio proteso e le dita spasmodiche a raggiungere lo scopo.  Sfiorò la palla con i polpastrelli, delicatamente, come se avesse paura di farle del male. La sfera si alzò dolcemente a sfiorare le addormentate foglie del platano. Ora non c'era traversa che tenesse, il tiro era inequivocabilmente fuori! Il protagonista del tiro sbilenco era incredulo e costernato, seguì attonito la traiettoria del pallone e, ancora mezzo sbalordito, fu spedito a recuperare la sfera, come voleva una regola non scritta, che nel frattempo era finita al di là del muro dove il platano affondava le sue radici alla ricerca di un po’ di fresco. Intanto i suoi compagni di squadra, ma anche gli avversari, erano corsi ammirati a congratularsi con lui per la bella performance, e da quel giorno, checché se ne dica dei sogni dei bambini, decise  che da grande avrebbe fatto il portiere. Spesso i sogni di bambino sono come binari paralleli che percorrono la stessa via, ma che ad un certo punto si dividono per far conoscere altre destinazioni. La sua la sapeva di già. Adesso sotto la tribuna, che intanto si era animata, il guardialinee gli controllava l'abbigliamento, così come recita la regola del gioco. Era pronto a toccare con mano, realizzandolo, il sogno del bambino. Era ancora giovane, bastava non fare errori, stare attento come lo era nelle seduta di allenamento, dove era riuscito a farsi notare nonostante prima di lui ci fosse il primo portiere, il titolare, quello della Nazionale, colui che avrebbe voluto emulare e che per tutti era inamovibile. Prese coscienza che questo esordio non era di quelli facili. Entrava in partita per necessità, non per merito. Sapeva, inoltre, che questo debutto in questa particolare partita, in caso di vittoria, avrebbe sistemato la squadra, e forse si sarebbe sistemato anche lui visto che in tribuna d'onore c'erano parecchi dirigente di altre squadra venuti a visionare i giocatori delle due formazioni, ed era l'occasione buona per mettersi in mostra. Il cambio avvenne mentre i barellieri portavano fuori il portierone, come affettuosamente veniva chiamato dai compagni. "Accidenti che brutta botta" pensò "Mi sa che ne avrà per un bel po’ di tempo, e meno male che é l'ultima partita del campionato. Dovrà penare tutta l'estate  per curarsi e riprendersi. Anche se salta le vacanze estive ne vale la pena con uno in porta come lui. Vorrà dire che le passerà al Centro Sportivo sotto la cura del medico sociale e del massaggiatore, loro si che avrebbero imprecato." Gli dispiaceva, ma un sottile senso di perversione gli diceva che era meglio così, che forse per lui si sarebbero aperte le porte per passare al professionismo. Un colpetto sulla spalla, quasi un passaggio di consegne a dimostrazione di auguri e di solidarietà con il collega sfortunato, i soliti riti scaramantici come entrare con il piede destro, toccare la rete e scaricare la tensione dell'esordio, davanti a tanta folla, tracciando una linea retta che partiva dal dischetto del calcio di rigore fino alla riga della porta. Ora mancavano, ormai, poco più di cinque minuti ed erano successe molte cose. Prima di tutto la sua squadra era passata in vantaggio con un'azione travolgente del mediano, vero cervello di regia, che aveva strappato ovazioni da parte degli spettatori amici, ma anche da quelli della parte opposta. Questo significava che  la partita si stava mettendo bene. Infatti in caso di vittoria la squadra si qualificava matematicamente a partecipare alla prossima Coppa Europea. Tutto ciò significava viaggiare, provare nuove esperienze e mettersi in mostra davanti ad una platea più vasta. Significava passaggi televisivi, premi e altri ammennicoli vari che non avrebbe disdegnato, sempre che il portierone gli lasciasse qualche briciola. E per fargli vedere che anche lui meritava doveva dare il meglio di se in questi ultimi cinque minuti. Tutto questo stava per essere rovinato da un incidente di percorso, peraltro risolto magnificamente dalla sua bravura, ma che aveva fatto venire i brividi alla schiena a tutti i suoi compagni e ai tifosi. Un suo difensore aveva atterrato, in piena area di rigore, l'attaccante avversario e l'arbitro aveva, giustamente, concesso la massima punizione. Si levarono proteste, vane e inefficaci,  sue e dei suoi compagni. Dovevano, però, stare attenti alla veemenza della protesta perché sennò rischiavano di essere ammoniti e subirne le conseguenze: la partita, per se, era già delicata.  Lui lo sapeva ma doveva mostrarsi un po’ duro, far vedere ai tifosi che non era d'accordo. Educatamente ma con decisione fece notare all'arbitro, mimando le mosse, che il  fallo non c'era stato, dando così l'impressione di contare qualcosa. Ma così facendo si rendeva conto che gli animi più esagitati dei tifosi si scaldavano  facilmente, e la ragione stava nel fatto che se la squadra avversari otteneva il pareggio tutti i piani della squadra, ma soprattutto i suoi, egoisticamente, andavano a pallino. Come previsto, niente da fare. Il signore con la giacchetta nera non era tornato sulla sua decisione, solo gli ingenui potevano pensare il contrario. Irremovibile indicava con l'indice che il pallone doveva essere posto sul dischetto del calcio di rigore per consentire l'effettuazione del tiro.  I tifosi della sua squadra ammutolirono mentre gli altri, quelli della parte avversa, facevano un baccano d'inferno ed erano situati proprio dietro la sua porta. Rivide la scena proprio come si era svolta. Il rigorista designato, dopo aver sistemato la palla al centro del dischetto, si fece il segno della croce, un gesto scaramantico che lui conosceva bene, e guardò l'arbitro. Questi controllò che nessun giocatore fosse dentro l'area, chiese conferma con un cenno al suo collaboratore che diede l'OK, controllò la posizione del portiere, infine fischiò per l'esecuzione della massima punizione. Lo sguardo ironico, quasi  beffardo, del giocatore che andava alla ricerca del suo punto debole, si incrociò con il suo. Lo conosceva bene, l'aveva studiato a fondo, nei momenti lasciati liberi dall'allenamento. Ma ora non serviva il suo sapere, le statistiche che ogni portiere si rimanda a memoria su ogni rigorista. No, tutto questo ora non serviva. Adesso occorreva l'istinto, il colpo d'occhio, entrare nella testa del giocatore cercando di capire le intenzioni e con qualche abile finta, imparata dal portierone, indurlo a tirare dove voleva lui. Ora più che mai serviva guardare il piede con cui calciava e forse allora, ma era una frazione di secondo,  avrebbe capito quale sarebbe stata la direzione del pallone. Restava da stabilire se la potenza del tiro gli avrebbe permesso di arrivare prima che la  sfera superasse la linea bianca della porta. In un istante, e chissà come e per quali recessi, gli venne in mente il tiro sbagliato dall'amico ai tempi dell'Oratorio. Se allora era riuscito a neutralizzarlo era perché aveva guardato il piede, che calciava in modo innaturale, che aveva dato un effetto micidiale,  ridicolo e, nello stesso tempo la rotazione degli spicchi gli aveva dato la possibilità di sapere come comportarsi. E ora era lì. Valeva parecchio se lo parava! Dal momento del fischio sembrava fosse passata un'eternità. Ma fu un'eternità veloce quanto un istante, poi si trovò lungo e disteso con il braccio proiettato nello sforzo a deviare qualcosa  (una palla, una mosca o cosa?) e gli occhi a seguire la sfera che, lemme lemme, superava una riga lambendo un palo.  Realizzò che era riuscito nell'impresa sentendo il boato, stavolta amico, della folla che lo assordò. Una marea di gente con i colori della stessa casacca gli si era avvicinata, correndo, a spaccargli le spalla con poderose manate di congratulazioni. Vide la delusione stampata sul volto del giocatore che aveva fallito il rigore, che gli rammentò quella di quel ragazzo ai tempi addietro. Ora come allora ce l'aveva fatta, solo che stavolta era più importante. Assaporò il suo momento di gloria e si vide davanti alle telecamere (eroe di un giorno o di una vita?) e assalito da una miriade di microfoni. Passò mentalmente quello che avrebbe detto, solite frasi di circostanza ma per lui sincere del tipo: “Ringrazio il mister per la fiducia che mi ha accordato". Oppure, per ringraziare i compagni:"I ragazzi della difesa mi hanno dato un auto enorme". Poi altre cose che ormai facevano parte del copione. Fantasticò di trovarsi con il "Presidente" che davanti ad una moltitudine di fotografi e giornalisti gli porgeva la penna per la firma del suo primo contratto da professionista. Ma fu un istante, perché la partita continuava. Il pallone, dopo la sua deviata, era finito fuori dal campo e la squadra avversaria, alla disperazione, stava battendo un calcio d'angolo. La battuta, un cross a rientrare, la neutralizzò con facilità e il pallone rinviato per l'inizio di una nuova azione. Ora mancavano solo due minuti. Due minuti di pressing, forcing disperato dei giocatori dell'altra squadra, ma lui era sveglio e vigile. E mentre l'azione era lontana, pensava alle sue vacanze. Non aveva ancora deciso dove passarle. Prima voleva pensare ai festeggiamenti di questa sera, quando, finita la doccia prima quella di spumante per la vittoria, poi quella che gli avrebbe tolto le fatiche e le tensioni, avrebbe dato sfogo alla sua contentezza. Con la macchina, poi, sarebbe andato con la sua ragazza, una bella ragazza, a mangiare una pizza e fare quattro salti in discoteca, a fare quattro risate con gli amici pensando al rigore parato. O forse, sempre con la ragazza, sarebbe andato come ospite a qualche trasmissione  televisiva. E lì i suoi genitori l'avrebbero riconosciuto e indicato, con orgoglio, ad amici e parenti sicuramente radunati per lì occasione. Nel mentre il portiere avversario fece un lungo lancio che superò il centrocampo ed era l'ala avversaria che cercava, con finte e controfinte, di beffare il mediano suo compagno. Cari mamma e papà! Il babbo era orgoglioso di lui, e stasera ancora di più. Aveva sentito dire che i padri stravedono per i figli che faceva quello che avrebbero voluto fare loro, ma che per varie ragioni,  non avevano avuto la possibilità di realizzarle. Una finta e il difensore si trovò con il sedere che schiacciava l'erba e zigzagando, l'ala, avanzava velocemente. Il mister, dalla panchina, gli gridò qualcosa facendogli segno che mancava poco più di un minuto alla fine. L'ala passò la sfera all'attaccante che, travolgente, proseguì nell'azione. "Bisogna che gli ricordiamo che siamo ancora in undici". Sorrise alla  battuta ,si era scoperto anche un po’ comico, mentre con l'occhio seguiva l'andamento dell'azione. La mamma aveva fatto di tutto per scoraggiarlo, dicendogli che doveva studiare, che senza un pezzo di carta non avrebbe fatto molta strada (ora c’è il diploma, mamma), che nel mondo del calcio non era tutto ora ciò che luccicava, che un giorno si sarebbe trovato dalle stelle alle stalle. Come dire: trovati anche un lavoro, un buon lavoro che ti soddisfi, perché il calcio é uno sport che ti crea la fama, ma che a lungo andare te la può anche distruggere. Beh mamma, stasera ti ricrederai. Intanto l'attaccante aveva superato anche l'ultimo ostacolo e si stava involando sulla fascia a lui più congeniale. "Vediamo di ragionare, cosa può fare?. Potrebbe crossare e cercare la testa di qualcuno ma in questo caso io esco e abbranco la palla. Potrebbe stringere al centro a rientrare e passarla di raso, a filo d'erba, a qualche suo compagno che calciando, poi, di piatto avrebbe cercato d'ingannarmi, oppure si sarebbe allungato troppo il pallone e, scoordinadosi, l'avrebbe fatto uscire ". Poi lui avrebbe fatto passare del tempo prezioso prima di rimetterla in gioco, dimostrando di aver capito le regole, furbe quanto volete ma che facevano parte del bagagli di esperienze. Ormai mancavano una manciata di secondi e con la coda dell'occhio notò che il guardalinee aveva arrotolato la bandierina, segno che ormai la partita stava per terminare. Forse il giocatore non avrebbe potuto fare nulla. Forse il triplice fischio di chiusura, con annessa invasione pacifica del campo per la festa, avrebbe troncato ogni velleità dell'attaccante. Forse. Dalla punta del piede partì un tiro sbilenco, strano, incredibile, strampalato ad effetto che lo scavalcò. Scavalcò tutta la porta a rientrare sull'ultimo palo, il più lontano. Capì tutto e si buttò. Tutto in quella parata. Non vedeva che il cielo azzurro, anche se la tesa del cappellino di impediva di vederlo tutto, che si macchiava di un corpo bianco a spicchi neri che lo scavalcava; un astro che sciabolò la volta in una parabola discendente. Sentì un leggero colpetto (una mosca, un pallone o cosa?) che gli sfiorò la schiena. Udì un urlo disumano quasi liberatorio, poi  non sentì più nulla...........
DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE:
".....Ha dell' incredibile la rete subita all'ultimo secondo dal portiere Barcesini. Nulla, ad un minuto dalla fine, lasciava presagire che il risultato finale fosse messo in discussione, dopo il predominio della squadra di casa. Nonostante l'infortunio capitato all'inizio dal portiere titolare, il Barcesini faceva ben sperare al suo esordio nel massimo campionato, parando un difficilissimo e angolato  calcio di rigore decretato, per un fallo in area, dall'arbitro. Ma la rete del pareggio ha il sapore amaro della beffa. Se non l'avessimo visto con i nostri occhi, ora stenteremmo a crederci se qualcuno ce lo raccontasse. L'ala prima scivolava tra due avversari e passava, con un delizioso assist, la palla all'attaccante che, avanzando, si allunga troppo la sfera e sembrava destinata ad uscire dal campo . Ma con un guizzo, forse della disperazione, lasciava partire un cross a rientrare che scavalcava il portiere a andava a picchiare incredibilmente sulla base del palo più lontano. Il pallone, poi, rimbalzava rocambolescamente sulla schiena del Barcesini e finiva in rete..................."

    FINE

 

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